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di STEFANIA MOLA

   

Le fonti

La storia di Matilde di Canossa venne narrata in forma epica dal monaco Donizone di Sant’Apollonio di Canossa; fu questa la fonte principale spesso ripresa da letterati e storici, composta presumibilmente tra 1111 e 1112 e terminata subito dopo la morte di Matilde. Appassionato sostenitore dei Canossa, Donizone nel suo poema fa narrare in prima persona alla rocca le gesta dei suoi signori: nel primo libro raccontando degli avi, nel secondo concentrando l’attenzione su di lei, la contessa, donna bella, capace e colta, che «conosce il linguaggio dei Teutoni / e sa anche parlare la garrula lingua dei Franchi; amministra i Longobardi, li governa e li fa grandi»; una donna raccontata in toni ammirati nelle sue qualità di amministratrice del territorio, di mediatrice tra il papa e l’imperatore, di decisa antagonista del cugino Enrico IV e della ribelle Mantova, un tempo capitale di famiglia.

La lapide della tomba di Bonifacio di Canossa

La vita

Figlia di Bonifacio di Canossa e di Beatrice di Lorena, Matilde nasce intorno al 1046 con il destino già scritto: governare il vasto dominio familiare comprendente la marca di Tuscia, i ducati di Modena, Reggio e Mantova, nonché vasti territori di Parma, Brescia, Bologna e del Veronese, e la città di Ferrara, dapprima insieme alla madre, poi dal 1076, anno della morte di quest’ultima, da sola. Il padre viene ucciso a tradimento nel 1052, e negli anni successivi scompaiono anche i fratelli Federico (unico maschio) e Beatrice, lasciando a Matilde un’eredità complessa ed eterogenea.

Nel 1056 muore l’imperatore Enrico III; gli succede il figlio Enrico IV con reggenza della madre Agnese. Tre anni dopo papa Niccolò II indice il Concilio Lateranense, nel quale si stabilisce che l’elezione del pontefice venga riservata al collegio dei cardinali. Nel 1061 Anselmo da Baggio viene eletto papa con il nome di Alessandro II.

Nel 1069 Matilde sposa il fratellastro Goffredo di Lorena, detto il Gobbo, ma il matrimonio non dura, anche per la scelta di Matilde di schierarsi dalla parte della Chiesa, in contrasto con quella del marito orientata verso l’impero. Da questo momento in poi è lei la figura chiave dell’intermediazione nella lotta tra papato ed impero, il maggior conflitto di quel tempo.

Nel 1073 viene eletto papa con il nome di Gregorio VII Ildebrando di Soana, che due anni dopo promulga i Dictatus Papae, 27 proposizioni che sanciscono la supremazia del papato sull’intera cristianità. Il sinodo dei vescovi tedeschi a Worms depone Gregorio VII (1076) che reagisce scomunicando e deponendo Enrico IV.

Matilde di Canossa in una miniatura di un codice trecentesco della Vita Mathildis di Donizone (Bibl. Vaticana, mss. Turri E52, c. 1r.)

   

Matilde è a questo punto protagonista assoluta del tentativo di riconciliazione tra il papa e l’imperatore (di cui è seconda cugina), tentativo estremo di fedeltà alla politica filoimperiale dei suoi avi: lo dimostra nel 1077 l’incontro organizzato a Canossa che, al di là dell’enfasi data all’umiliazione subìta da Enrico e al di là della drammatizzazione imposta dall’importanza dell’evento, rende possibile – proprio attraverso la necessità del perdono papale – un rilancio dei margini di manovra dell’imperatore.

Nel 1080, colpito dalla seconda scomunica, Enrico IV fa deporre Gregorio VII nel Concilio di Bressanone e fa eleggere antipapa il vescovo di Ravenna Guiberto, con il nome di Clemente III. Di fronte all’insuccesso della sua mediazione, Matilde subisce le conseguenze della sua scelta quando viene privata dal sovrano di gran parte delle sue terre, fino a doversi arroccare all’interno dei castelli appenninici rimastile fedeli, dai quali riuscirà ad infliggere una sconfitta all’imperatore soltanto nel 1092. Le principali città dei domini matildici si ribellano, dapprima Mantova, poi Lucca e di seguito Ferrara, Modena, Parma, tutte città governate da vescovi scismatici e vicine al partito dell’imperatore e dell’antipapa. Il tentativo di Matilde di opporre ad Enrico IV un altro imperatore, prima con Rodolfo di Svevia (morto prematuramente) e poi con Corrado III (primogenito dello stesso Enrico, perito in circostanze misteriose nel 1101 a Firenze) fallisce miseramente.

Nel 1089 fallisce anche il suo secondo matrimonio con il giovanissimo Guelfo di Baviera, insieme alle speranze di assicurare una discendenza alla sua dinastia. Il conseguente isolamento spiega l’accresciuta fiducia nei suoi maggiori vassalli, uno dei quali, Guido Guerra, viene indicato tra 1099 e 1108 come suo “figlio adottivo”. Ma è il nuovo imperatore, Enrico V, a riaprire i giochi: in cambio di una reinvestitura delle sue giurisdizioni nel Nord Italia, Matilde si mostra disposta a concedergli il passaggio nei suoi territori (1111), così come il diritto di successione nei suoi beni, a dispetto di una donazione di tutto il suo patrimonio alla Chiesa di Roma documentata per la prima volta nel 1080 e, secondo la documentazione tradizionale, in seguito ripetuta (1102): è questo un aspetto che gli storici hanno di recente mostrato di voler riesaminare, giacché questa diviene la materia di ulteriore contendere quando, alla morte di Matilde (1115), l’imperatore scende in Italia per prendere possesso dell’eredità matildica. Tuttavia una nuova strada, anche per la politica di mediazione decisamente più accomodante intrapresa dal nuovo papa Pasquale III, era già tracciata e conduceva dritta verso il Concordato di Worms (1122); ma in quell’anno Matilde già da tempo riposava tra le nebbie, i boschi e le paludi di S. Benedetto Polirone, nel luogo in cui, dopo essere stata per tanto tempo in prima linea, si era ritirata e aveva scelto di convivere con la malattia (forse gotta) che gravò sugli ultimi anni della sua vita.

Temi e problemi

La potenza di Matilde, al pari di quella dei suoi avi, si fondò su una fitta rete strategica costituita da castelli, avamposti e torri isolate, un sistema che consentiva uno stretto controllo della rete di comunicazioni (strade, valichi, fiumi). Non di per sé sufficiente, la rete di castelli si affiancò alla rete di legami di fedeltà stabiliti con i vassalli distribuiti sul territorio. Riuscire a governare un territorio vasto ed articolato come quello di Matilde di Canossa significava essere presenti, muoversi all’interno di un fitto intreccio di forze spesso tra loro in contrasto, amministrare con equilibrio e cautela i rapporti con le città, con le comunità rurali, con le abbazie. La “presenza” a 360 gradi di Matilde è ampiamente testimoniata da Donizone, che non manca di sottolineare come lei stessa, pur circondata di una cancelleria e di esperti giuristi, fosse donna colta e preparata, dotata di quelle rare competenze che, almeno in teoria, potevano scongiurare insubordinazioni e “sorprese” all’interno di un territorio fortemente frammentato.

I domini matildici, stretti tra i territori dell’imperatore e quelli della Chiesa, costituivano una pericolosa zona “cuscinetto” contesa da ambo le parti come alleata, o almeno non come nemica. Lo stesso matrimonio dei genitori di Matilde si inserì in una oculata politica di alleanza tra grandi famiglie dell’impero sostenuta da Enrico III, e lo stesso secondo matrimonio della madre con un vassallo dalla fedeltà incerta, Goffredo il Barbuto (favorito dal papa Leone IX), vide l’intervento dell’imperatore e una sua risoluzione solo dopo la riconciliazione tra Goffredo e la casa imperiale.

La Riforma in seno alla Chiesa fu la caratteristica dominante degli anni di Matilde: un forte e deciso richiamo spirituale alla purezza del clero ed alla fedeltà delle gerarchie ecclesiastiche alle loro funzioni pastorali veniva ormai da qualche decennio opposto alla secolarizzazione, al dilagare del ruolo pubblico dei vescovi ed alle ingerenze dei sovrani nella nomina dei prelati. Punto caldo del contendere, all’interno di questi difficili rapporti tra papato e impero, fu la rivendicazione da parte dei riformatori del diritto di scegliere i propri pastori (in primis i papi) senza condizionamento da parte del potere civile. Fino a Matilde, la sua famiglia era stata decisamente filoimperiale, nonostante qualche motivo di attrito si fosse manifestato già con Bonifacio suo padre. Finché fu nelle sue possibilità, la stessa Matilde conservò una posizione conciliante, come dimostra il noto episodio di Canossa.

Anche in questa miniatura Matilde è assisa su un trono, mentre l'imperatore Enrico IV è rappresentato in ginocchio.

    

Matilde si inserì nel cuore della Riforma gregoriana del Regno italico con il sostegno militare e finanziario dato ai papi riformatori (Gregorio VII la indicava nei suoi scritti come «dilecta filia Petri»). I maggiori pensatori riformatori del tempo, come Anselmo di Lucca, Ugo di Die, Bernardo degli Uberti, Placido di Nonantola, furono da lei protetti, così come furono favoriti e protetti chiese e monasteri riformati, primo fra tutti quello di S. Benedetto Polirone (Mantova), da Matilde aggregato a Cluny nel 1077. È questo il luogo dove per sua volontà fu sepolta; le sue spoglie vi rimasero fino al 1632, anno in cui papa Urbano VIII le fece traslare dapprima in Castel Sant’Angelo, quindi in S. Pietro, a Roma, dove era stata appositamente eretta una imponente tomba ad opera di Gian Lorenzo Bernini.

Come molti grandi personaggi, anche Matilde entrò presto nel mito in veste di paladina della Chiesa e simbolo della lotta contro lo straniero. La sua “agiografia” si fondò sul poema di Donizone, trovando ben presto terreno fertile per una progressiva mitizzazione. In primo luogo, nel momento aureo dei Comuni italiani (XII-XIV secolo), la sua figura divenne il simbolo della libertà italiana contro il potere degli imperatori tedeschi, in barba alla legittimità del dominio svevo in Italia, alla risposta non certamente univoca degli stessi Comuni (che spesso definirono anche alleanze filoimperiali) ed all’ambiguità della posizione della Chiesa, che spesso ebbe nel sovrano il tradizionale legittimo interlocutore dei suoi poteri locali. In seguito, dopo il Concilio di Trento, una seconda fase di “promozione” matildica si inserì all’interno della lotta tra Controriforma cattolica e Riforma protestante: in un rinnovato contesto di strumentalizzazione in chiave antitedesca le spoglie della contessa vennero traslate a Roma per volere di Urbano VIII. La sua figura di strenua sostenitrice della Chiesa venne esaltata attraverso le sue capacità guerriere, in linea con le caratteristiche delle eroine della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, inaugurando una strada che portava dritti all’Ottocento patriottico e risorgimentale, nel quale Matilde venne rilanciata quale fulgido esempio di lotta contro l’usurpatore straniero, ma anche – all’interno di un più complesso, intimo e drammatico piano interpretativo – nelle sue qualità di donna.

  

Bibliografia (cui si rimanda per le indicazioni sulle fonti)

Donizone, Vita Mathildis, a cura di V. Fumagalli e P. Golinelli, Zurigo 1984 (con un fac-simile del manoscritto Vat. lat. 4922).

Maraviglie Heroiche del sesso donnesco memorabili nella duchessa Matilde… narrationi del Marchese Giulio dal Pozzo K., Verona 1678;

N. Tommaseo, La contessa Matilde, Rut, Una serva, a cura di P. Pozzobon, Firenze 1990;

L. Tosti, La contessa Matilde e i romani pontefici, Milano 1989 (ed. or. 1859);

A. Overmann, La contessa Matilde di Canossa, Roma 1980 (ed. or. Innsbruck 1895).

Studi matilidici, 1-2-3, Modena 1964, 1971, 1978;

L.L. Ghirardini, Storia critica di Matilde di Canossa, Modena 1989;

P. Golinelli, Matilde e i Canossa nel cuore del Medioevo, Milano 1991;

P. Golinelli, I poteri dei Canossa. Da Reggio Emilia all’Europa, Bologna 1994;

V. Fumagalli, Matilde di Canossa. Potenza e solitudine di una donna del Medioevo, Bologna 1996;

Matilde di Canossa nelle culture europee del II Millennio. Dalla storia al mito, Bologna 1999.

    

  

©2003-2006 Stefania Mola

  


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